Impegno per
L’Intervento
Agnese Ginocchio: "
Il Sangue e la Speranza" . Dedicato a Napoli

Il
commento ai fatti di quanto sta accadendo a Napoli e nel sud, giunge in questo
periodo da molte ' voci' autorevoli politiche, religiose e membri della società
civile. Accanto a quello del cardinale di Napoli, mons. Crescenzio Sepe, uniamo di seguito quello di una voce e Donna per
Già..ma il calice ormai trabocca il vaso. L' abominio si pratica spudoratamente
nel tempio mischiando il sacro ed il profano e profanando la verità
stessa. Sono fin troppe le irresponsabilità e se ora viviamo in questo
stato di degrado, se ora assistiamo increduli a questo susseguirsi di inaudite
scene di violenze, di sangue, di morte, ed ancora, sotto i nostri occhi
assistiamo all'uccisione di tanti nostri figli e fratelli di questa civiltà
malata e carente di valori e di veri 'Ideali', non basta dunque più stare
fermi, ma diventa necessario e urgente davvero l'impegno attivo per il
risveglio della civiltà vecchia.
Riafferrare così le redini della storia e ricondurle verso la nuova
civiltà, fondata sulle basi di Pace e Giustizia. Riaffermare il comune senso
del sentirsi partecipi della vita sociale. Sentirsi responsabili, uomini e donne
compartecipi della cittadinanza. Un 'grido disperato' che solo attraverso la
nostra risposta attiva a collaborare per il cambiamento e i nostri gesti di
solidarietà concreta potrà tramutarsi in 'Canto di Speranza, di rinascita e di
Pace' per Napoli e per tutto il sud, Cuore dell' Italia e Cuore del mondo, quel
sud martoriato dalla piaga delle mafie. Dal sangue sparso deve rinascere
Pace, Pace, Pace per Napoli, per il sud d' Italia e per il mondo intero.
Amen"!
******************
[ Messaggio dell' 8 Novembre
Canto e invocazione di Pace per Napoli,
cuore del sud, cuore del
mondo"

" Eleviamo al Cielo una particolare Invocazione di Pace
per Napoli,
città partenopea del Sole e Cuore del nostro sud
martoriato da mille problemi,
perchè cessi in essa l' onda malefica
della violenza,
che semina panico, omertà, paura e disperazione,
e possa ritornare a splendere
Perchè Napoli Cuore
del sud, Cuore della Campania e Cuore dell' Umanità,
possa trovare la forza ed il Coraggio
di ritornare a sognare,
continuare a sperare e di osare per il cambiamento,
affinché regni: dialogo, Nonviolenza,
legalità, Pace e Amore fra gli uomini.
Pace, Pace, Pace per Napoli
e per il mondo intero"!
(di Agnese Ginocchio-cantautrice per
Crescenzio
Sepe
Vescovo di Napoli
Napoli,
Solennità di San Gennaro, 2006
Cari figli, fratelli e amici della Diocesi di
Napoli!
Prima di prendere possesso di questa cara
Arcidiocesi, ho rivolto a tutti voi, clero, religiosi e religiose,
Associazioni, laici, un saluto cordiale e sincero per manifestarvi tutto il mio
affetto e per invitarvi a ricostruire la speranza sulle orme tracciate dal
servo di Dio, Papa Giovanni Paolo II.
Al mio ingresso nella Diocesi, a cui mi ha mandato
Papa Benedetto XVI, ho baciato la terra di Napoli a Scampia. Ho voluto così
dire il mio amore per questa terra ed esprimere la volontà di mettere il mio
ministero pastorale a servizio dell’ opera di ricostruzione, cementandola con
la carità di Cristo.
In tale impresa, infatti, non possiamo non seguire
il Signore, l’Inviato del Padre per rifare il tessuto dell’umanità, sgretolata
dal peccato e bisognosa di riallacciare la vita con Dio e con i fratelli.
Per realizzare l’opera della Redenzione, il Verbo
Incarnato ha offerto se stesso sull’altare della Croce, in una suprema e
definitiva testimonianza d’amore.
Questo martirio d’amore del Figlio di Dio, che ha
sparso il suo sangue per tutti gli uomini, fonda la speranza dell’umanità, non
più abbandonata a se stessa, ma ormai legata per sempre col patto della nuova
Alleanza, fondata sul sangue versato.
Napoli, terra di sangue, è anche terra di speranza; sangue e speranza
sono, per fede e tradizione, le due colonne che formano la sua identità più
profonda e caratterizzano la sua storia millenaria.
Cari fratelli e sorelle, ho voluto scrivervi questa
semplice lettera, quasi ad amplificare il mio primo saluto, e per manifestarvi
i sentimenti che provo dopo alcuni mesi di permanenza in mezzo a voi.
Mi è sembrato che l’occasione migliore fosse la
solenne celebrazione della festività del nostro Patrono, il Santo martire
Gennaro, il cui sangue veneriamo con particolare passione.
Che la sua eroica
testimonianza d’amore, fino all’effusione del sangue, agiti la nostra fede e ci
spinga a realizzare la speranza che abita in noi e che nessuna potenza di
questo mondo potrà mai sradicare dal nostro cuore napoletano.
Passa lu tempo e lu munno s’avota, l’ammore vero, no, nun vota vico. Così scriveva Salvatore Di Giacomo
in una sua nota canzone, che mia madre canticchiava quando ero bambino. Era de maggio, il mese in cui il sole
riscalda l’aria e il profumo della primavera è più intenso, quando io, ragazzo
di provincia, venivo a Napoli attratto, come tutti i giovani, dalla grandezza
della metropoli e, soprattutto, da una città unica, direi esagerata nella sua
bellezza e nelle sue manifestazioni, nel bene e nel male.
Terra di passione, che
porti addosso anche se lontano per anni, Napoli ha continuato a vivere dentro
di me con le sue canzoni, le sue poesie, la sua gente, i suoi colori che,
stampati nella memoria, restano lì a evocare ricordi.
Il rosso pompeiano dei
palazzi, della luna nelle notti d’incanto, il rosso del sole, dei peperoncini
forti, della pizza e dei pomodori, di una saporita mela annurca, il rosso delle
calze e della maniche di Pulcinella, del cippo di Sant’Antuono, tutto rimanda
al rosso della passione, dell’amore per la propria terra, al rosso del
martirio, del manto e del sangue di San Gennaro, che protegge questa nostra
città. L’azzurro del suo cielo e del suo mare che, proprio quando si avvicina
la tempesta, si tinge di verde, il colore della speranza che non ha mai
abbandonato il cuore dei napoletani, di chi davvero ama questa città.
L’ammore vero nun vota vico…, l’amore vero, l’amore cristiano,
l’amore per i propri fratelli, per le proprie radici, non muta, non cambia mai
strada. Ed è con questo amore che sono tornato, come padre e pastore, in questa
terra di sangue e di speranza per impegnarmi a restituire dignità al nostro
popolo dal grande cuore che, più volte deprivato della libertà nella sua storia
martoriata, ha sempre saputo associare al dolore la speranza.
Lassamme fa a Dio: è l’invocazione più sincera del popolo napoletano che, nel
suo proverbiale “tirare a campare”, non esprime rassegnazione, ma il coraggio
della fede di chi sa che ad ogni giorno basta la sua pena, di chi non ha
vergogna di parlare a tu per tu con
A questo popolo, che sa
fidarsi del suo patrono, principe del sangue e martire della speranza, alla
Napoli di Posillipo e a quella dei vicoli, a tutto il vasto hinterland e alla
periferia, ai ragazzi di oggi e agli scugnizzi di sempre, voglio lanciare il
mio grido di ottimismo.
Desidero risvegliare
tutti coloro che da sempre aspettano di essere affiancati nella lotta per la
riscoperta e la riaffermazione della propria identità e dignità umana, della
propria napoletanità.
So che il sentire religioso della
nostra gente viene spesso, e a torto, etichettato come colorito folclore, nel
quale leggenda e magia, sacro e profano, si fondono nella nostra storia millenaria
che, all’occhio del freddo secolarismo, appare incapace di distinguere la
superstizione dalla fede. È vero che tanta superstizione s’insinua ancora
nell’autentico messaggio cristiano, ma credo che non bisogna confondere la
superstizione con la pietà popolare. Questo popolo che, sin dalla prima
liquefazione del sangue, ha assunto San Gennaro come protettore della sua
città, sa cogliere, nella manifestazione del prodigio, il significato profondo
della fede: la speranza della resurrezione. E’ un mistero inesprimibile che,
per essere pensato, necessita di simboli capaci di rappresentare il legame tra
il dolore e il riscatto. Il sangue prodigiosamente tornato in vita è un segno
che rimanda all’immortalità dell’anima, alla vita oltre la morte, alla risurrezione
della carne.
Il sangue, che anima le
Sacre Scritture, è indiscutibile vessillo della cristianità, nata dal sangue di
Cristo crocifisso e fecondata dai martiri che si sono immolati nel suo nome, e
rappresenta, non solo per il popolo napoletano, il legame tra l’organismo
corporeo e l’essenza dell’essere vivente, il principio vivificatore, il soffio
vitale che anima l’uomo. Così che nell’affetto della nostra gente per San
Gennaro, taumaturgo, guaritore, diretto intermediario della potenza misericordiosa
di Dio, si esprime, al di là del prodigio, non la superstizione ma la fede
genuina di un popolo che affida al suo patrono la speranza cristiana, perché sa
che “Le anime dei giusti sono nelle mani
di Dio, nessun tormento le toccherà…Anche se agli occhi degli uomini subiscono
castighi, la loro speranza è piena d’immortalità” (Sap 3,1.4).
Con questa speranza
radicata nel cuore, nel corso dei secoli il popolo napoletano, grazie a San
Gennaro, si è sentito protetto dalle minacce del Vesuvio, dai terremoti, dalla
peste, dal colera, dall’assedio degli eserciti stranieri. E’ con questa stessa
e rinnovata speranza, con la certezza che “Il
Signore è mia forza e mia salvezza” (Sal 33), che vorrei essere per tutti
voi, cari napoletani, il Vescovo della speranza e lavorare al fianco di voi
sacerdoti, religiosi e laici, che ancora credete nel riscatto della nostra
terra, per proteggere Napoli dai mali che l’insidiano.
Noi tutti, sulle orme del
Santo Padre Giovanni Paolo II, che in visita alla 167 di Secondigliano, promuoveva
la riorganizzazione della speranza, dobbiamo investire le nostre energie nel
coraggio della fede, per riappropriarci delle nostre radici, della nostra
identità, del senso di appartenenza a quei valori che fanno della nostra
metropoli una delle più significative frontiere del cattolicesimo urbano in
Europa.
Recuperare l’innato senso
del sacro, della famiglia, dell’amicizia, dell’accoglienza, della compagnia nel
dolore e nella povertà, che un tempo facevano di ogni vicolo, di ogni
quartiere, di ogni palazzo una grande famiglia, significa accendere nella
nostra Diocesi il fuoco del Vangelo e trasformare le nostre città, le più
aperte ad altri popoli e ad altre culture, in centri di sviluppo ecclesiale
capace di testimoniare al mondo la speranza che è in noi.
Se invece ci lasciassimo
prendere dallo scoramento di chi non sa vedere la luce oltre la notte,
dall’apatia di chi, avendo perso la propria identità, si lascia schiacciare
dalla disperazione o dal vuoto che dilagano nel nostro tempo, allora cadremmo nella
tentazione di chi vuol appiattire il nostro popolo nei tanti luoghi comuni che
impoveriscono le nostre città, che non sono fatte di solo mare e sole,
spaghetti e mandolini. Se poi ci lasciassimo prendere dalla rassegnazione, non
saremmo più gente di fede, di speranza e di carità, non saremmo più seguaci di
Cristo e faremmo il gioco di quanti, all’ombra della camorra o di altri poteri,
vogliono mettere le mani sulle nostre città per poi lasciarle perire in un
sudiciume e in un caos, che vanno ben oltre gli annosi problemi dei rifiuti e
del traffico. E se, ancora, ci lasciassimo prendere dalla sfiducia, saremmo
come i discepoli di Emmaus che, in cammino verso la notte, incontrato il
Signore non lo riconobbero: “Noi
speravamo che…” (Lc 24,21).
“Un
servo non è più grande del suo padrone” (Gv 13,16) e, come hanno
perseguitato il Maestro, perseguiteranno anche noi. Ma la nostra forza nasce,
nella nostra debolezza, dalla nostra unica risorsa che è nel Signore: “come Cristo ha realizzato la sua opera di redenzione
nella povertà e nella persecuzione, anche
La vera questione,
allora, è come assumerci la responsabilità di testimoniare una speranza viva nelle
contraddizioni e nei disvalori del nostro tempo e della nostra società
secolarizzata e, in certi aspetti, pagana. Assistiamo, con sofferenza, alla
crescita, anche nella nostra Diocesi, di un costume e di una mentalità che,
spesso, esaltano uno sperare effimero e dispersivo. Se ci fermassimo alla
lettura della cronaca dei nostri quotidiani, sembrerebbe impossibile trovare
ancora tracce di speranza nel sangue, che tinge di rosso le nostre strade a
causa della violenza, di loschi interessi o dell’incuria, della superficialità,
della voglia di trasgressione e di paradisi artificiali, che risucchiano i
nostri giovani nella spirale della morte. Quando la disperazione attraversa le
nostre vie, quando tocca i nostri figli, i senza tetto, chi è senza lavoro o chi,
ancora bambino, è costretto a lavorare, la speranza sembrerebbe diventare vuota
illusione, inutile attesa di un desiderio che non si avvererà. Ma la speranza
per noi, riscattati dal sangue di Cristo, non è sinonimo di semplice desiderio:
è, come dice la radice latina e greca
del termine, volontà di tensione.
La speranza cristiana è,
dunque, una tensione attiva verso una certezza, che trova il suo fondamento
nella resurrezione di Cristo, “poiché
nella speranza noi siamo stati salvati” (Rm 8,24). Obiettivo del prossimo
Convegno di Verona è, infatti, “chiamare
i cattolici italiani a testimoniare, con uno stile credibile di vita, Cristo
risorto come la novità capace di rispondere alle attese e alle speranze più
profonde degli uomini d’oggi”[1]. E
Quando si parla di
martiri, spesso si pensa solo alle eroiche figure del passato, ai grandi santi
che hanno sacrificato la loro vita, subendo persecuzioni per annunciare la
verità di Cristo; o anche a quanti, nel corso dei secoli, hanno accettato la
sofferenza come luogo di purificazione, operando prodigi e miracoli. Il termine
martire ha finito così col rimandare più al dolore, alla sofferenza fisica che
non alla gioia di testimoniare la propria fede, come vuole l’etimologia della
parola. Eppure il martire non è solo colui che compie gesta straordinarie, ma
in un certo senso, è anche colui che per amore della sua fede, sa rendere straordinario l’ordinario.
In questa accezione
Napoli non è solo urbs sanguinum, la
città dei sangui, per l’incredibile numero di ampolle e fiale, contenenti
il sangue di santi e beati, ma è anche la città dei testimoni-martiri, della
gente comune che, nella quotidianità della vita, vive per la verità e per
l’amore. Si tratta di “testimoni” che rendono “sanguigna”
Così, ad esempio, sono testimoni dell’amore e della giustizia
le madri, quelle del popolo e della borghesia, mamme carnali, forse possessive,
ma sicuramente pronte a difendere con le unghie e con i denti la dignità dei
propri figli da ogni sopruso, dai pericoli della strada e da quelli insiti in
un benessere malato. Decise nell’affrontare le strutture dell’ingiustizia per
far valere i diritti dei loro figli, le madri napoletane non solo sanno
proteggere i propri ragazzi, come tutte le madri, ma sanno difendere la libertà
di questa terra, trasmettendo di generazione in generazione quei valori etici
universali e immutabili che fanno di ogni uomo un vero uomo. Sempre presenti,
sanno asciugare le lacrime dei figli, ma sanno essere obiettive e severe quando
un figlio tradisce il senso della famiglia. Quando diciamo mamma, diciamo porto sicuro, ma
anche legge. Quando un tempo cambiavano i signori che governavano la nostra
città, quando lo stato era assente, chi davvero regnava e custodiva gelosamente
le tradizioni, i costumi, gli usi che sono arrivati sino a noi, erano, allora
come oggi, le madri. A Napoli i figli so’ piezze ‘e core, core ‘e mamma.
Lo ha dimostrato, in questi giorni, la signora Tonia, la madre coraggio, che ha
messo a repentaglio la sua stessa vita per salvare la creatura del suo seno.
Forse per questo nella nostra città la devozione alla Madonna,
Sono testimoni della presenza i parroci, i religiosi, le
religiose, e quanti sono impegnati nella pastorale della nostra grande Diocesi,
tutti di frontiera, che sanno essere voce di chi non ha voce, pronti a sfidare
persino la camorra pur di rimanere al servizio degli ultimi, dei sofferenti,
dei diseredati. Penso, solo per fare qualche esempio, che, però vale per tutti,
ai parroci dei Quartieri spagnoli, di Forcella, della Sanità, di Scampia, di
Secondigliano, di Barra, Ponticelli, San Giovanni e di quanti hanno saputo
trasformare le loro parrocchie in oasi di accoglienza e di solidarietà nel
deserto della povertà, della violenza, dell’abbandono. Ma penso anche ai
parroci delle zone della cosiddetta Napoli bene dove, benché al riparo da
situazioni estreme, essi devono affrontare i demoni dell’individualismo, del
pensiero debole, di un materialismo esasperato che, decretando la morte di Dio,
sta portando altrove il cuore di Napoli rendendo ancora più difficile la
profezia dell’annuncio.
Sono anche testimoni della verità
gli insegnanti di ogni ordine e grado che, nelle scuole a rischio e in quelle
del centro, svolgono il loro lavoro come una vera e propria missione, pur di
rimanere vicini ai loro alunni, anche e soprattutto se diversamente abili o
provenienti da ambienti socialmente e culturalmente deprivati. Facile preda in
questo nostro tempo di subdole tentazioni che, soprattutto nell’adolescenza,
anziché alimentare speranza, trascinano nella depressione e nell’anoressia,
nell’accettazione passiva delle regole del branco, nel fenomeno del bullismo, i
ragazzi di oggi, anche i più agiati, più che mai, hanno bisogno di testimoni di
vita e di speranza, più che di maestri, per imparare a discernere tra verità e
menzogna. E nelle scuole della nostra Diocesi, nei quartieri più difficili,
sono davvero tanti i docenti che aiutano i più giovani a trovare la loro
identità e la giusta collocazione in una società che tende a emarginare chi non
rientra nei canoni di vita stabiliti dall’esigenze del mercato.
Sono testimoni della legalità quanti lavorano con coraggioso
impegno e grandi sacrifici nelle istituzioni, nelle forze dell’ordine, e nel
campo della sicurezza; quanti combattono la buona battaglia contro un sistema
che, a volte, sembra garantire la giustizia e il rispetto dei diritti dell’uomo
e del cittadino solo ad una parte.
Come dimenticare i tanti
silenziosi testimoni della solidarietà: sacerdoti,
religiose, laici, medici, volontari che lavorano nelle Asl, nelle carceri,
negli ospedali, nei centri di accoglienza per anziani, ragazze madri, barboni,
extracomunitari, nei convitti per bambini? Quanti di loro, sconosciuti nel
mondo, sanno annunciare la speranza con un lavoro duro e disperato o con un
semplice sorriso, con una stretta di mano, con un semplice gesto prendendosi
cura di chi, nell’ora del dolore, è rimasto solo!
Ma penso anche ai testimoni della compagnia: i commercianti, i ristoratori, gli
albergatori, il personale alberghiero, quelli che operano nei trasporti e nei
servizi, che nella nostra terra hanno una capacità particolare: far sentire in
casa propria chi non ha famiglia, l’anziano che va a fare la spesa, il turista
che viene da lontano, restituendo a questo territorio il calore
dell’accoglienza che le è proprio, contribuendo
a cancellare l’immagine, troppo spesso usata dai media, di una metropoli
dove il disordine, la sporcizia, lo scippo sono all’ordine del giorno.
Penso anche ai testimoni della bellezza, come i poeti, gli artisti, gli
intellettuali, gli uomini della cultura e della scienza, che hanno reso e,
ancora oggi, rendono grande questa città agli occhi del mondo, difendendo
tenacemente la specificità della nostra cultura e della nostra lingua
dall’assalto di una cultura della volgarità e del non senso.
Voglio anche ricordare i testimoni della precarietà, esperti nell’arte d’arrangiarsi
onestamente che, in difesa della propria dignità, sono capaci d’inventarsi
mille mestieri, pur di uscire dal lungo tunnel della disoccupazione,
dell’accattonaggio, della malavita. Penso al sangue donato di questa città,
ricca d’amore, che chiede speranza; la speranza che annuncia
Quando si parla di luoghi
della speranza nella Chiesa, immediatamente, e a giusta ragione, si pensa ai
seminari, alle parrocchie, agli oratori. Certamente è da questi luoghi che
dobbiamo partire per riorganizzare la speranza e far sì che
Il seme della speranza è
forse il più piccolo, ma può dar vita ad un albero rigoglioso e portare molti
frutti se avremo il coraggio di affrontare le paure che minacciano la nostra
città, se avremo la forza di uscire da ogni sorta di omertà e, solidali l’uno
con l’altro, saremo in grado di organizzare nuove strutture e nuove forme di
carità per risollevare chi è solo, chi è nel bisogno materiale e spirituale.
Senza indulgere al lamento o al vittimismo, senza aspettare che altri prendano
a cuore le sorti del meridione, senza aggrapparci al puro assistenzialismo, è
giunto il tempo in cui i napoletani si riapproprino della loro terra,
rilanciando la politica come servizio alla città, come scuola di legalità, come
centro di osservazione delle questioni sociali più spinose. Noi abbiamo le
energie per farlo!
I cattolici, impegnati in
politica o nel servizio ecclesiale, possono e devono diventare testimoni di
speranza, lavorando in sintonia con tutti gli uomini di buona volontà, anche di
diversa fede o non credenti, con l’unico scopo di restituire a tutti i
cittadini, dal centro all’estrema periferia, la loro dignità. Là dove, infatti,
vi è un solo quartiere, un solo rione, una sola strada, una sola famiglia
abbandonata al degrado, ne soffre tutta la città, sfigurata nella sua bellezza.
Forse è tempo di rendere vivibile ogni zona non solo di Napoli ma di tutta la
provincia, ognuna con il suo centro, le sue caratteristiche, le sue tradizioni
e la sua cultura, ma unite, come in un’unica grande metropoli, nella volontà di
costruire la speranza, nella certezza di potercela fare. E ce la faremo se
manterremo vivo il senso di appartenenza al nostro popolo, il popolo
partenopeo, che si è sempre distinto per la sua coralità. E forse riusciremo in
ogni quartiere a restituire le piazze al sentire comune, creando momenti di
aggregazione, di musica, di preghiera, lasciandoci alle spalle ogni vuota
esaltazione che può degenerare in violenza.
Napoli: una Diocesi, tante città
In nessun luogo del mondo è possibile
annunciare la speranza, prescindendo da un esame attento del territorio, della
realtà sociale, dai bisogni e dalle attese del suo popolo. E nella nostra
Diocesi il problema è amplificato non solo dall’estensione del territorio, ma
da una peculiare caratteristica che fa della nostra Metropoli una Diocesi con
tante città, una accanto all’altra, divise a volte solo da una strada, eppure
diverse per usi, costumi, condizioni sociali ed economiche. Un territorio
estremamente variegato, quello napoletano che, dai paesi vesuviani, arroccati
ai piedi del vulcano, alle altre zone limitrofe della città, rende impossibile
l’annuncio del Vangelo senza incarnare il messaggio nello specifico di ogni
singola territorialità. Nella stessa Napoli, in uno stesso quartiere, convivono
differenti realtà, situazioni estremamente diverse: Posillipo non è Chiaia e
Chiaia non è il Vomero; abitare a via Toledo non è la stessa cosa che abitare
nei Quartieri spagnoli, anche se sono solo a due passi di strada. Lo stesso si
può dire degli altri territori che compongono la nostra Diocesi.
In tale contesto,
dobbiamo annunciare la speranza partendo dall’ascolto, dall’esame delle
differenti problematiche individuate dai
vicari zonali, dai decanati, dai parroci, dalle comunità parrocchiali che
operano realmente tra le case della gente. Riorganizzare la speranza significa,
perciò, coinvolgere tutti utilizzando tutte le forze della Diocesi nel pieno
rispetto del principio di sussidiarietà. Ciò significa, innanzitutto, che
quanti lavorano nella vigna del Signore, devono vivere la comunione fraterna in
Cristo, fondamento ontologico della Chiesa. Riorganizzare la speranza è
possibile, perciò, se impariamo a comunicare, a confrontarci, a lavorare
insieme, a saper accettare le idee e le proposte degli altri se sono valide per
la costruzione del bene comune.
Solo per presentare
qualche indicazione programmatica, penso che se Napoli è una Diocesi con tante
città, allora bisognerà prendere atto della differenza dei destinatari e dei
diversi linguaggi che consentono d’inculturare la fede. Essere Chiesa a Napoli
è essere Chiesa dell’unità nella differenza delle situazioni e dei luoghi.
Si devono dunque
sviluppare, nelle particolarità del vissuto napoletano, delle tante Napoli che
In questo tempo, pervaso da una
mentalità usa e getta, dalla smania di cancellare il passato, oscurando il
futuro agli occhi delle nuove generazioni afflitte dalla mancanza di
opportunità, di certezze, di valori saldi, la speranza è come una fioca
fiammella capace, tuttavia, di far luce nel buio. Nonostante le tribolazioni,
la sofferenza, il pianto,
Chi ha fede, chi confida
nel Signore, non resterà deluso; la speranza non inganna perché l’amore di Dio
è stato effuso nei nostri cuori attraverso
Cari fratelli e sorelle,
se la nostra gente venisse delusa anche da noi, testimoni della speranza di
Cristo, allora non ci rimarrebbe altro che continuare a dire “Noi speravamo che…” (Lc 24,21).
I discepoli di Emmaus dal
volto triste, ritrovarono la speranza, che avvertirono dapprima come ardore nel
petto, quando riconobbero il Signore; e lo riconobbero quando prese il pane, lo
spezzò e lo diede loro (cf Lc 24,30). La speranza nasce dall’Eucarestia,
specialmente nella celebrazione eucaristica della Domenica, che dobbiamo
celebrare con amore e con molta cura, e a cui siamo chiamati a partecipare con
fede profonda, come momento centrale delle nostre comunità. La celebrazione
dell’Eucarestia è il luogo della speranza anche in mezzo al dolore, a problemi
di ogni genere e alla disperazione.
La speranza così si
comunica ponendo Cristo al centro della nostra vita, facendolo presente
attraverso opere di carità, prendendosi cura dei deboli, degli afflitti, dei
poveri, di chi ha bisogno della nostra compagnia, di spezzare il pane con noi,
quello duro e quello fragrante, perché se è vero che non c’è speranza senza
fede, è anche vero che non c’è speranza senza carità.
Nelle nostre incertezze e
nelle nostre presunzioni, nel nostro programmare e nelle nostre decisioni, la
nostra conoscenza rimane imperfetta, come imperfetta è la nostra profezia;
eppure, nell’animo confuso, tre cose rimangono a sostenerci lungo il cammino: “la fede, la speranza e la carità; ma di
tutte più grande è la carità” (1 Cor 13,13).
Che il nostro Santo
patrono san Gennaro interceda per noi tutti, affinché il Dio della speranza ci
riempia di ogni gioia e pace nella fede, perché abbondiamo nella speranza per
la virtù dello Spirito Santo (cf. Rm 15,13).
Rivolgiamo il nostro
pensiero alla Santa Vergine, che con il suo “sì” ha aperto la storia
dell’umanità alla speranza, e affidiamo le nostre speranze alla nostra bella
Madonna del Carmine,
Ca ‘a Maronna c’accumpagni!
Con la benedizione del
Signore e l’intercessione di Maria, Regina di Napoli.
Crescenzio Card. Sepe
Arcivescovo
Festività di San Gennaro, 2006
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I colori di Napoli.
Passa lu tempo e lu munno s’avota,
l’ammore vero, no, nun vota vico.
Salvatore Di Giacomo
Terra di passione, che porti addosso anche se lontano per anni, Napoli ha continuato a vivere dentro di me con le sue canzoni, le sue poesie, la sua gente, i suoi colori che, stampati nella memoria, restano lì a evocare ricordi.
Il rosso pompeiano dei palazzi, della luna nelle notti d’incanto, il rosso del sole, dei peperoncini forti, della pizza e dei pomodori, di una saporita mela annurca, il rosso delle calze e della maniche di Pulcinella, del cippo di Sant’Antuono, tutto rimanda al rosso della passione, dell’amore per la propria terra, al rosso del martirio, del manto e del sangue di San Gennaro, che protegge questa nostra città.
L’azzurro del suo cielo e del suo mare che, proprio quando si avvicina la tempesta, si tinge di verde, il colore della speranza che non ha mai abbandonato il cuore dei napoletani, di chi davvero ama questa città.
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La Comunità di Sant'Egidio lancia un messaggio di pace per la città di
Napoli.
Un invito a riflettere su Napoli
e sul suo futuro che ci sta tanto a cuore.
Venerdì 10 novembre alle 17,30 nella Basilica di S. Chiara, la Comunità di Sant'Egidio organizza un incontro su Napoli, sulle sue ferite e le sue speranze.
Interviene il fondatore della Comunità di Sant'Egidio, Andrea Riccardi, insieme al Card. Crescenzio Sepe e ai rappresentanti delle istituzioni e della società civile.